TFR IN BUSTA PAGA

Ultimamente, il governo si sta orientando sulla possibilità di erogare il TFR(trattamento di fine rapporto), che matura mese dopo mese, direttamente sulla busta paga dei lavoratori dipendenti nel settore privato.

Questo provvedimento, sebbene in fase embrionale, è afflitto da numerose criticità che lo potrebbero trasformare da deterrente avverso il crollo del potere d’acquisto a maggior onere tributario gravante sul lavoratore.

Il provvedimento in questione, stante le dichiarazioni di alcuni addetti ai lavori, dovrebbe raggiungere il duplice scopo di stimolare i consumi e incrementare le entrate dello Stato, il quale potrebbe incassare, già da subito, le imposte sul Tfr e non al momento di risoluzione del contratto di lavoro(come accade tutt’oggi).

Il nodo cruciale è rappresentato dalla tassazione del Tfr in capo al lavoratore che potrebbe essere penalizzato dal passaggio dall’attuale tassazione separata(art 17 TUIR) a una una tassazione ordinaria IRPEF la cui aliquota potrebbe, nei redditi più alti, toccare quota 43%.

Una differenza di non poco conto che porterebbe vantaggi soprattutto ai conti pubblici.

Inoltre, è in discussione la quantità di Tfr da erogare mensilmente: la scelta è tra il 50% e il 100% della quota maturata.

Oltre a un maggior onere fiscale, il provvedimento potrebbe escludere l’accesso ad alcuni diritti come conseguenza della diminuzione della quota degli assegni famigliari,
dell’aumento dell’ Isee: quest’ultimo porterebbe a rincari di tariffe di scuola, università, prestazioni sanitarie, ecc.

Altro aspetto è la compatibilità del provvedimento Tfr con il bonus fiscale degli 80 euro. Se il primo fosse un mero surrogato del bonus Irpef, l’impatto sui consumi sarebbe pari a zero.

A questo si aggiunge il nodo delle imprese con meno di 50 dipendenti: a tale proposito occorre operare una puntualizzazione.

Ad oggi, le imprese con più di 50 dipendenti destinano le quote Tfr o ai fondi pensione(soggetti di diritto privato) o all’Inps: perciò per queste imprese il problema non sussiste poiché già vengono private di queste risorse finanziarie.

Per le imprese con meno di 50 dipendenti questo provvedimento potrebbe generare degli effetti disastrosi dal momento che molte tra di esse, a seguito della contrazione dei finanziamenti erogati dalle banche(credit crunch), al ritardo dei pagamenti da parte della P.A. e alla contrazione della domanda interna, utilizzano il Tfr per finanziarsi.

Per ovviare a ciò, il governo sta elaborando un sistema di compensazione i cui attori principali sarebbero la Cdp e le banche, le quali potrebbero erogare finanziamenti a un tasso equivalente alla rivalutazione del Tfr(2,5%). Un tasso così basso sarebbe possibile dal momento che il rischio di insolvenza è quasi nullo, data la copertura del fondo Inps(questo fondo si attiva, soprattutto, nei casi in cui il fallimento dell’ azienda non permetta l’erogazione del Tfr ai dipendenti) e la possibilità degli istituti di credito di finanziarsi dalla Bce ad un tasso dello 0,05%.

Inoltre l’erogazione del Tfr in busta paga deve, necessariamente, essere opzionale; cioè è il lavoratore che deve scegliere se fruirne o meno.

In conclusione, questo provvedimento potrebbe essere un’arma a doppio taglio perché le soluzioni dei suddetti nodi devono essere compatibili con i stringenti vincoli di bilancio imposti dall’Ue, i quali sono propensi al miglioramento delle finanze pubbliche più che ad interventi di crescita economica. A questo si aggiunge la mia personale considerazione che il provvedimento non deve configurare un espediente finalizzato ad ovviare ai mancati aggiornamenti economici dei salari.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *