Lo Statuto dei Lavoratori

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Lo Statuto dei Lavoratori, conosciuto anche come Legge n. 300 del 20 maggio 1970, rappresenta   un corpus normativo del diritto del lavoro che, malgrado le modificazioni subite nel corso degli anni, racchiude ancora la disciplina di riferimento per i rapporti tra datore e lavoratore, nonché i diritti alla base delle relazioni sindacali tra gli stessi. La legge 300/70 rappresenta l’espressione di un intervento normativo figlio di un periodo storico, quello postumo al dopoguerra e fino a tutti gli anni 50’, dove ancora si respirava nei luoghi di lavoro un clima intimidatorio. Solo successivamente negli anno 60’, grazie anche all’avvento di un governo di centro sinistra, iniziano ad aprirsi la strada una serie di diritti e garanzie per i lavoratori disciplinati dalle prime norme in materia di infortuni e malattie professionali (l. 1124/1965), in tema di licenziamento (l. 604/1966), nonché in materia previdenziale (l.903/65).

Il movimento del 68’ e le lotte operaie di quel periodo, contribuirono alla consapevolezza della necessaria presenza all’interno del luogo di lavoro del sindacato; presenza prevista anticipatamente in via contrattuale attraverso la stipulazione del CCNL dei metalmeccanici negli anni 70’.

A questo punto, il periodo già fertile era pronto a recepire un insieme di misure atte a garantire il lavoratore e a disciplinare il rapporto con il proprio datore; elaborata su iniziativa dell’allora ministro del lavoro Giacomo Brodoloni e sotto la guida di Guido Giugni, vide la luce la legge n. 300 del 20 maggio 1970. Legge che ha mantenuto di fatto per circa 40 anni il suo impianto originario per vedersi poi sottoposta ad alcuni interventi legati ai cambiamenti del mercato del lavoro (basti ricordare la destrutturazione dell’art. 18 con la L. 92/2012 e successivamente con l’intervento del jobs act in tema di licenziamenti attraverso la previsione del sistema delle tutele crescenti).

Lo Statuto dei Lavoratori nella sua formulazione si divide in quattro titoli, ognuno disciplinante una particolare area del rapporto tra datore e dipendente.

Titolo I, (art. 1-13) disciplina diritti e divieti volti a garantire la libertà e dignità del lavoratore; in particolare in materia di libertà di opinione del lavoratore (art. 1), regolamentazione del potere (art. 2-6) di controllo, disciplinare (art.7) nonché quello riferito all’assegnazione di mansioni e trasferimenti (art. 13).

Titolo II, compreso dall’art. 14 art. 18 è dedicato al principio della libertà sindacale nei luoghi di lavoro; prevede la possibilità per i lavoratori di riunirsi in associazioni sindacali (art. 14), la nullità di qualsiasi atto discriminatorio (art. 15), il divieto di costituire e mantenere da parte del datore i cosiddetti “sindacati di comodo” (art. 17) nonché l’effettività delle tutele in caso di licenziamento illegittimo (art. 18).

Proprio questo ultimo articolo è stato oggetto di sostanziali modificazioni nel corso di questi ultimi anni che di fatto lo hanno ridimensionato nella sua forza garantista, ossia la tutela reale in caso di licenziamenti illegittimi. Infatti, grazie alla L. 92/2012 (nota anche come Legge Fornero), il contenuto dell’art. 18 è stato destrutturato in modo da poter prevedere diverse forme di tutela a seconda delle diverse fattispecie di licenziamento illegittimo, relegando la tutela reale (ossia la reintegrazione nel luogo di lavoro) a provvedimento quasi residuale, previsto solamente in caso di licenziamento discriminatorio ovvero in caso di “fatto manifestamente insussistente”. Il processo  di depotenziamento delle tutele previsto dall’art. 18 è  culminato con l’ adozione del d.lgs 23/2015 , attuativo della legge delega 183/2014 (il cosiddetto “jobs act”) che ha previsto per i lavoratori assunti dopo la sua entrata in vigore  un sistema di “tutele crescenti “ avverso i licenziamenti illegittimi; sistema che vede la tutela reale applicabile in via completamente residuale ( licenziamenti nulli e discriminatori) , prevedendo di fatto una tutela risarcitoria pari a 2 mensilità retributive per ogni anno di anzianità fino ad un massimo di 24 mensilità.

Titolo III, comprende una serie di prerogative sindacali nei luoghi di lavoro; in questo modo, le associazioni sindacali operano in un contesto giuridico riferibile alla sfera datoriale. Si inizia con il diritto a costituire rappresentanze sindacali sul luogo di lavoro (art. 19) fino ad arrivare ad una serie di previsioni (art. 20-27) finalizzate a tutelare l’esercizio dell’attività sindacale attraverso le sue numerose forme (affissioni, permessi, utilizzo dei locali aziendali). E’ da evidenziare come a tutela della stessa attività sindacale e del principio del libero associazionismo si sia pronunciata La Corte Costituzionale con sentenza del 3 luglio 2013 proprio in riferimento al contenuto dell’art. 19, dichiarando di fatto tale norma costituzionalmente illegittima nella parte in cui non prevede che la Rappresentanza Sindacale Aziendale sia costituita anche da associazioni sindacali che, pur non avendo sottoscritto contratti collettivi applicati nell’azienda, abbiano partecipato alla trattativa.

Titolo IV, prevede infine una serie di disposizioni relative ai permessi ed aspettative per i lavoratori investiti della carica di dirigente sindacale (art 29-32). E’ da evidenziare, invece, il contenuto e l’importanza dell’art. 28, norma che dispone dello strumento giudiziario teso a tutelare le associazioni sindacali da condotte impeditive, ovvero limitative da parte del datore delle attività sindacali, ovvero del diritto di sciopero.

A cura di Dott. Andrea Pagnotta, studio legale in Roma.

Author: Cambia-menti M410

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