Lo sciopero è un diritto.

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Lo sciopero è un mezzo, condiviso o meno, per far sentire la propria voce su tematiche e condizioni lavorative che spesso vengono decise in tavoli distanti, in tutti i sensi, dalle reali necessità del lavoratore.

 

Lo sciopero è regolato dall’art. 40 della Costituzione ed ogni volta che se ne indice uno le modalità con cui aderire sono in parte già stabilite ed in parte da concordare volta per volta tra sindacato e datore di lavoro.

La legge prevede che il diritto allo sciopero sia limitato per alcune categorie di lavoro, ad esempio i servizi pubblici, e che all’interno della stessa categoria ci siano figure, spesso legate alla sicurezza degli impianti o dei servizi stessi, che non possano aderire o possano farlo solo a certe condizioni.

Rimanendo al trasporto pubblico locale, facendo finta di ignorare quanto le fasce di garanzia rendano poco o nullo l’effetto dello sciopero, volendo accettare che nel nome del diritto del cittadino queste fasce vadano rispettate, volendo sottostare alle limitazioni vessatorie per certi settori legati alla sicurezza del servizio stesso, quanto l’azienda può intervenire per limitare ancor di più la riuscita della protesta? Quanto può muoversi tra cavilli, inadempienze, minacce per limitare in maniera significativa l’adesione stessa del lavoratore?

In pratica quanto può essere negato un diritto sancito e regolato dalla legge?

E quando l’azienda può essere accusata di comportamento antisindacale?

Negli ultimi anni si è verificato sempre più spesso un incremento unilaterale da parte di ATAC S.p.A. di limitazioni del diritto di sciopero.

Limitazioni alle quali il lavoratore deve attenersi se non vuole incorrere in proposte di sanzioni disciplinari più o meno gravi, facendo sì che il tono della comunicazione, volendo oppure no, diventi quanto meno intimidatorio se non minaccioso.

Guardando soltanto all’ultimo sciopero indetto soltanto un paio di settimane fa i lavoratori si sono visti consegnare una comunicazione aziendale che chiedeva non solo, come sempre verificatosi, il rispetto delle fasce di garanzia, ma la presenza nei rispettivi luoghi di lavoro da parte di più unità lavorative, con tanto di nome e cognome dei designati alla precettazione aziendale, negando pertanto a costoro, il diritto di sciopero.

Come se non bastasse il responsabile del reparto doveva far sì che se al cambio turno non fossero presenti coloro i quali erano stati designati per il turno successivo, quelli del turno precedente si fermassero a coprire anche il turno seguente.

Praticamente si negava al lavoratore di scioperare e lo si voleva obbligare ad effettuare lo straordinario.

A questo punto molti lavoratori si sono visti messi ad un bivio:

rischiare una sanzione disciplinare? o vedersi accusare da parte dei colleghi di comportamento antisindacale?

Non giudichiamo le scelte fatte dai singoli lavoratori, ma ci chiediamo piuttosto se non sia imputabile all’azienda un comportamento che violi l’art. 28 dello statuto dei lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300).

Sicuri che tali atteggiamenti da parte di ATAC fossero ben lungi dall’ essere corretti, ne abbiamo avuto conferma nella ricezione di una comunicazione che sulla falsa riga di quelle precedenti spiega quale sarà l’atteggiamento dell’azienda riguardo all’astensione collettiva dal lavoro straordinario promosso da una nota sigla sindacale.

Pur volendo riconoscere all’azienda la libertà di potersi muovere secondo le regole e le modalità dettate dalla Commissione di Garanzia sullo Sciopero del Tpl, continuiamo a chiederci, se anche in questa comunicazione non siano ravvisabili dei comportamenti antisindacali.

L’ultima domanda che lecitamente ci si pone è quanto influenzerà nel futuro la capacità di farsi valere, non solo con lo sciopero ma con qualsiasi altra forma di protesta atta a difendere un proprio diritto, con l’accordo che la maggior parte delle sigle sindacali ha firmato a gennaio 2014?

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