atac – La democrazia partecipativa nel lavoro: un’epoca di oscurantismo sui propri diritti.

                                        

Roma, 04/02/2018
Oggigiorno si assiste ad un apparente “livellamento” delle classi sociali: in linea di massima, la qualità della vita media ha acquisito un buon livello di soddisfazione dei bisogni di prima necessità ed anche di bisogni ulteriori. E’ visibile una omogeneizzazione dei consumi e dello stile di vita della classe operaia e delle classi medie: l’operaio, il muratore, l’autoferrotranviere, hanno l’automobile, anche due per famiglia, la TV schermo piatto, cellulari di ultima generazione, vacanze, palestra, media cura e prevenzione per la salvaguardia della propria salute; insomma, in termini di “possesso di beni” gli operai sono equiparabili ormai a quella classe media che prima era denominata “borghesia”.

Questo apparente “livellamento” sociale è, però, ingannatore per chi osserva solo in superficie. Un conto è osservare, infatti, il consumo di massa di beni; altro conto è osservare le due “sfere” distinte in cui vivono operaio e manager e/o commerciante. La qualità del lavoro e la possibilità di salire la scala sociale sono e resteranno, ancora, le linee sottili dirette ad alimentare ancora la suddivisione reale in due mondi diversissimi ed inconciliabili tra loro.

La magnifica favola secondo cui tutto l’organico di un’azienda debba essere empaticamente unito per il bene dell’azienda è anch’essa da smontare: operai, manager, quadri, dirigenti, impiegati hanno ed avranno per natura immanente interessi contrapposti in via permanente. Adam Smith spiegò benissimo che operai e “padroni” non possono essere complici: l’operaio esigerà sempre un salario maggiore; il “padrone” vorrà pagare sempre meno il salario dell’operaio ed aumentare il suo profitto. Operai e sindacati “complici” di manager e proprietari è una idea inenarrabile per chi crede davvero nella lotta sindacale pulita ed incorruttibile. Se si capisce questo dato di fatto, nessuno può restare illuso del contrario!

Sembra inevitabile scuotere animi a questo punto; agire per far sì che la classe in sé passi ad essere la classe per sé, ovvero passi ad essere una classe consapevole di se stessa e capace di avviare azioni di auto-tutela, mobilitandosi per migliorare e non peggiorare. Non serve necessariamente andare nelle piazze. Fare battaglie per i propri diritti ha, infatti, anche una connotazione economica e politica: esercitare un potere nelle sedi di produzione di leggi è fondamentale.

Storicamente si è avuta una immensa conquista di diritti nel lavoro dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘80; da allora, dagli anni ’80, le classi medio-alte hanno avviato una contromossa per riprendersi quello che avevano “ceduto” ai lavoratori, partendo dal contenimento dei salari reali, ad esempio.
E oggi, nel 2018, ancora è in atto questa lotta di classe condotta dall’alto (Cit. Luciano Gallino) ed anzi sta dando il massimo della sua potenza gestendo le finanze a livello internazionale, ad esempio, ovverosia entrando nei governi nazionali e producendo leggi per salvaguardare gli interessi di pochi depauperando le casse pubbliche destinate ai servizi pubblici essenziali, impoverendo i lavoratori con una pressione fiscale sempre più accentuata e stipendi netti sempre più miseri.

Negli anni ‘80 un amministratore delegato in Italia percepiva circa 40 volte il salario di un operaio. Oggi questo rapporto è salito vertiginosamente fino a circa 300 volte. Spesso i governi nazionali eletti inseriscono nei loro gruppi di lavoro ministri e consiglieri economici provenienti da grandi società finanziarie e si verifica, infatti, un assorbimento legislativo costante degli interessi di lobbies “altolocate”.

Il punto di partenza per il lavoratore è, allora, prendere consapevolezza per muoversi dalla normativa fiscale e dal controllo delle manovre a suo carico. I lavoratori pagano, invece, sempre due volte i costi delle grandi crisi non solo nazionali ma anche, nel piccolo, le crisi della azienda per cui lavorano.

L’austerity e la necessità di risanare il bilancio di una azienda come ATAC Spa-Roma vengono “accollati”, come da prassi, proprio agli Autoferrotranvieri, per via di accordi tra l’azienda e CGIL-CISL-UIL che hanno introdotto nuovi sacrifici in termini di orario di lavoro in una città metropolitana qual è Roma con traffico urbano ormai ingestibile e fattore di stress quotidiano senza possibile paragone con altra città italiana, pericolosissime aggressioni all’ordine del giorno in capo ai conducenti, difficoltà a godere delle ferie secondo le leggi, mezzi di trasporto spesso malandati e poco confortevoli e tanto altro! In via anomala le sigle sindacali maggiormente rappresentative che avevano fatto proteste e scioperi contro la decisione di procedere con la domanda di concordato preventivo per Atac Spa, ebbene quelle stesse sigle sindacali hanno letteralmente “ratificato” senza battere ciglio ogni accordo aziendale di aumento della produttività per gli Autoferrotranvieri, una volta convocati in via Prenestina! Niente più scioperi, niente proteste, nessun volantino da parte loro. E non finisce qui…

Da settembre 2017 ATAC Spa è stata ammessa alla procedura del concordato preventivo in continuità aziendale dal Tribunale Fallimentare di Roma (almeno dalle notizie giornalistiche così risulta).

La domanda di ammissione viene proposta con ricorso al tribunale fallimentare, secondo l’articolo 161, R.D. n. 267/1942 (Legge fallimentare).

Secondo l’articolo 161, L.F., la domanda contenuta nel ricorso deve contenere una ricca documentazione analitica sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa ed anche il piano contenente la descrizione analitica delle modalità e dei tempi di adempimento della proposta.

Su questo piano industriale non è dato diritto di conoscenza né possibilità di una trasparente informazione su punti nevralgici che dovrebbero riguardare “tagli” netti e nuovi sacrifici non solo per gli operai ma anche per altri livelli di gestione interna, fissando, ad esempio, un risparmio per l’azienda in termini di spese legali e di soccombenza processuale (Bilancio 2015, Voce Spese Legali 2.531.762 € !). Risulta, infatti, inaccettabile che l’azienda di trasporto pubblico della capitale italiana abbia speso, nel 2015, più in spese legali che in spese per prestazioni tecniche ingegneristiche (Bilancio 2015, Voce Spese per prestazioni ingegneristiche 1.036.734 € !), come pure è vergognoso che si sia speso più per utenze (Bilancio 2015, Voce Utenze 42.836.224 €) che per manutenzioni (Bilancio 2015, Voce Spese Manutenzioni 35.940.220 €). Inoltre, la Consulenza ad esterni può essere utile e giustificabile per temi di grave complessità ma non può essere richiesta di routine a costi annuali esorbitanti, essendoci, del resto, impiegati e quadri interni con alte professionalità, visti i parametri che hanno! Diversamente, si faccia una scelta di risparmio assoluto che vada a premiare il merito e la specializzazione professionale interna (Bilancio 2015, Voce Consulenze: 230.356 €/Voce Prestazioni varie da terzi: 799.424 €. !).

Non entrando, però, nei dettagli di queste voci di costo e nel merito delle proposte di piano industriale, in realtà, riagganciandoci all’argomento principale di questo elaborato, oggi, 4 febbraio 2018, gli Autoferrotranvieri di Atac Spa hanno ricevuto nuovi ordini di servizio con aumento dell’orario di lavoro ma vivono la macro-vicenda di questo piano industriale sulle loro teste in totale oscurantismo, non conoscendo gli sviluppi dello stesso, ricevendo passivamente nuove unilaterali disposizioni gestionali aziendali e nuovi accordi sindacali come pillole da ingoiare e basta, a dispetto di una apparente iniziale volontà democratica a rendere partecipi le sigle sindacali presenti in azienda ai tavoli delle trattative.

In realtà, il fulcro del problema sta proprio qui: sigle sindacali o meno, il singolo lavoratore è di per sé centro di imputazione di diritti e di doveri ed ha tutto il diritto ad essere adeguatamente informato, anche secondo i canoni basilari del codice civile di correttezza e buona fede contrattuale. Invece, del contenuto della domanda presentata in Tribunale non trapela niente e niente trapela in generale su imminenti azioni aziendali né da parte dell’azienda né da parte delle sigle sindacali rappresentative. Tra gli altri, non pare pubblicata la stessa domanda nel registro imprese così come la legge prescrive.

Tutto sembra muoversi in una forte disinformazione nebulosa per i lavoratori e diventa sempre più marcato il dislivello tra chi detiene il potere gestionale e chi porta avanti il carrozzone, con il proprio lavoro quotidiano; il dislivello vede ancora per l’ennesima volta masse e potere dislocati su due piani paralleli che mai si incontreranno. E non basta ricadere nella superstizione che basta collocare al vertice un “direttorio” intelligente ed efficiente.

L’efficienza della democrazia è la democrazia: le riunioni contano non per il numero di partecipanti ma per il coordinamento che realizzano nell’abbracciare non solo “pezzi” ma l’insieme.

Insomma, per concludere, ogni lavoratore non si illuda e torni al suo posto con la consapevolezza che è doveroso informarsi per tutelarsi in ogni contesto, ricordando che il conflitto è connaturato alla realtà produttiva del lavoro.

 

 

 

 

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *