CAMBIA-MENTI M410 – Siamo per l’abrogazione parziale dei voucher

Cambia-Menti M-410 è per l’abrogazione parziale dei voucher 

Pochi giorni fa, il 16 marzo 2017, la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati ha approvato il provvedimento di abrogazione delle norme disciplinanti l’istituto del lavoro accessorio (pagato coi voucher)  a partire dal 2018. Il decreto legge conseguente è stato emanato dal Governo nella seduta del Consiglio dei Ministri del 17 marzo.
E’ stato stabilito anche un periodo transitorio, fino al 31 dicembre 2017, in cui si potrà continuare ad utilizzare i buoni lavoro già acquistati alla data di entrata in vigore del d.l. stesso.
In sostanza, vengono abrogati gli articoli 48, 49, 50 del d.lgs. n. 81/2015 (Jobs Act), originariamente contenuti negli articoli 70 e ss. del d.lgs. n. 276/2003 (Riforma Biagi).
A sua volta, il d.lgs. n. 81/2015 era stato in parte modificato dal d. lgs. n. 185/2016 (Correttivo al Jobs Act) con alcune nuove disposizioni anche in materia di lavoro accessorio, al fine di assicurare una maggiore tracciabilità dei buoni lavoro.
Questo è solo il breve “spaccato” di vita (2015-2017) di questo nevrotico e spettrale istituto del diritto del lavoro italiano: il lavoro accessorio, il lavoro occasionale accessorio, il lavoro coi “vouchers”, che dir si voglia. Dal 2003 ad oggi è stato fatto a brandelli, ora in una proiezione liberistica, ora in una proiezione, contraria ed opposta, protezionistica e più rigida.
Di fronte all’avvenuta conclamata abrogazione (previa conversione del decreto-legge in legge entro 60 giorni, ex art. 77 Costituzione), Cambiamenti M-410 manifesta il proprio consenso verso l’eliminazione dello strumento, che si è prestato a vergognosi abusi, ma espone, tuttavia, anche alcune riflessioni che avrebbero potuto, invece, protendere per una sua sana  e giusta conservazione nei cd. Mini Jobs. 

Dalla sua originaria introduzione nel 2003 il lavoro accessorio è stato il “capriccio” di tutti i governi succedutisi: tendenzialmente ne è stato liberalizzato l’utilizzo, distorcendone le vere buone intenzioni originarie.
Nel lontano 2003, infatti, l’articolo 70 del d.lgs. n. 276/2003, stabiliva:

Art. 70

Definizione e campo di applicazione

1. Per prestazioni di lavoro accessorio si intendono attività lavorative di natura meramente occasionale rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne, nell’ambito:
a) dei piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa la assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, ammalate o con handicap;
b) dell’insegnamento privato supplementare;
c) dei piccoli lavori di giardinaggio, nonché di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti;
d) della realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli;
e) della collaborazione con enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o  di solidarietà.
2. Le attività di cui al comma 1, anche se svolte a favore di più beneficiari, configurano rapporti di natura meramente occasionale e accessoria, intendendosi per tali le attività che coinvolgono il lavoratore per una durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell’anno solare e che, in ogni caso, non danno complessivamente luogo a compensi superiori a 3mila euro sempre nel corso dell’anno solare.

Le finalità dell’introduzione del lavoro accessorio, dunque, erano assolutamente condivisibili e utili ed erano già chiare, in realtà, nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità, del 2001.
Il punto nevralgico dell’esperimento era costituito dall’utilizzazione di buoni facilmente reperibili quale modalità retributiva dei lavoratori occupati in piccoli lavori per lo più domestici, di baby sitter, giardinaggio, pulizie, ripetizioni dopo-scuola, attività di volontariato nelle sagre, nelle manifestazioni, nelle iniziative sportive e culturali, lavori non materialmente identificabili con una prestazione di lavoro subordinata vera e propria, stabile, fissa e con vincoli costanti. In tal misura, si poteva ottenere l’effettiva emersione di lavoro non dichiarato (in nero) e si incentivava la partecipazione al mercato del lavoro per soggetti a rischio di esclusione sociale, per studenti, disoccupati, inoccupati, anziani, donne non lavoratrici, attraverso una semplificazione dei profili previdenziali e tributari dei rapporti di lavoro e la rideterminazione dei relativi oneri (per approfondimenti cfr. Il lavoro occasionale accessorio come strumento di emersione del lavoro sommerso, Tesi di laurea in Giurisprudenza, di dott.ssa Gianna Elena De Filippis, su www.fondazionedantona.it).
Insomma, pur eliminando il requisito minimo dei 30 giorni nel corso dell’anno solare (che dava adito a notevoli dubbi interpretativi visto che poi i fantomatici voucher erano orari, non giornalieri, tra l’altro), nel complesso, il “vecchissimo” articolo 70 del d.lgs. n. 276/2003 poteva benissimo essere applicato così come era, con alcuni “aggiustamenti” sul piano dei limiti oggettivi e soggettivi di utilizzo dello strumento.
In effetti, nel 2008, l’articolo 71, Prestatori di lavoro accessorio, ad esempio, è stato del tutto abrogato. Esso elencava in via tassativa e stringente i soggetti che avrebbero potuto effettuare prestazioni di lavoro accessorio, circoscrivendone notevolmente i lavoratori interessati: disoccupati da oltre un anno; casalinghe, studenti, pensionati; disabili e soggetti in comunità di recupero; lavoratori extracomunitari, regolarmente soggiornanti in Italia, nei 6 mesi successivi alla perdita di lavoro.
Questa abrogazione è stata, per certi versi, opportuna, allargando la platea dei soggetti “considerabili”, anche sul piano della “libertà di lavorare” di ognuno.

La vera esigenza impellente e doverosa era, in verità, sin dal principio, quella di evitare “incongrui fenomeni di professionismo ed abitualità nel lavoro accessorio” (così A. Bollani, già nel 2008), esattamente ciò che si è verificato, invece, con la liberalizzazione totale dell’istituto avvenuta soprattutto negli ultimi anni (dal d.lgs. n. 81/2015).
Col d.lgs. n. 81/2015 è stato definitivamente autorizzato l’uso del lavoro accessorio in tutti i settori della produzione (non è casuale la nuova denominazione da “lavoro occasionale accessorio” a “lavoro accessorio”!): dall’attività ricettiva del semplice bar all’edilizia, alla manifattura e ai lavori “stabili”. Era rimasto invariato soltanto il limite del compenso massimo annuale spettante al lavoratore in forma di voucher. Questo “limite”, tuttavia, è stato quasi sempre disatteso con i soliti sistemi italiani del raggiro normativo, raggiro assimilabile a quello dei cd. “fuori busta”: si sono inventati persino i “fuori vouchers”! (il limite del compenso annuale max è 7000 € netti, riferito alla totalità dei committenti, percepiti dal 1° gennaio al 31 dicembre/ max 2020 € netti riferiti ad imprenditori commerciali e liberi professionisti).

Da strumento di emersione del lavoro sommerso, insomma, il lavoro accessorio è diventato uno strumento di affossamento di diritti e garanzie dei lavoratori e come un violento boomerang si è riversato su milioni di lavoratori. Solo nel 2016 sono stati venduti 134 milioni di buoni lavoro (nel I Trimestre 2011 erano ancora solo 15 milioni i buoni venduti!)che palesemente si sono sostituiti alle più stabili forme di assunzione di lavoro subordinato: a tempo determinato, in part time, a chiamata.
I prestatori di lavoro accessorio non maturano il TFR; non spettano loro straordinari, lavoro supplementare, lavoro notturno, premi ed incentivi; non spettano loro prestazioni a sostegno del reddito erogate dall’INPS (disoccupazione, maternità, malattia, assegni familiari); non hanno la “corazza” del contratto collettivo; non spettano ferie, permessi, scatti di anzianità. Le aliquote contributive, inoltre, sono al 13%, molto basse, rispetto alle aliquote ordinarie.
La scelta dell’istituto è stata fatta dai datori di lavoro solo ed esclusivamente per motivi di convenienza economica e contrattuale (ad esempio, per non obbligatorietà del preavviso di licenziamento, motivi del licenziamento, responsabilità previdenziale, ecc).

Cosa si poteva fare allora per non arrivare all’abrogazione totale e perché andava parzialmente conservato?

  • Innanzitutto, andrebbe immediatamente frenata, con decisa resistenza, la mania legislativa di “deregolamentare” tutto nell’idea superficiale che l’economia italiana possa trovare ripresa e rilancio solo guardando al diritto del lavoro e spogliandolo dei suoi capisaldi garantistici. Con le riforme del mercato del lavoro l’economia non riparte, occorrono investimenti in infrastrutture per uscire dalla crisi, non la demolizione dei diritti dei lavoratori!
  • Inoltre, il lavoro occasionale accessorio andava fatto rientrare nel perimetro embrionale della sua ratio legis originaria: quindi, tornando nel lontano 2003, i limiti oggettivi dovevano restare in vita, intesi come ambito di applicazione dell’istituto. Pertanto, lo strumento in commento poteva essere utilizzato ancora ed in via esclusiva solo nei “settori” su menzionati  (settori che, del resto, hanno ancora oggi bisogno di una effettiva emersione): baby sitter, giardinaggio, pulizie, ripetizioni dopo-scuola, attività di volontariato nelle sagre, nelle manifestazioni, nelle iniziative sportive e culturali.  Abrogando del tutto lo strumento, si è tolta addirittura la sana opportunità di “legalizzare” forme di lavoro genuinamente occasionali! Ecco perché andava conservato!
  • Altro aspetto da rilevare è che sarebbe stato utilissimo monitorare, con maggiori energie, il lavoro occasionale accessorio, rafforzando le funzioni ispettive. Sulla base dei dati registrati presso le proprie banche dati, l’INPS, ad esempio, avrebbe potuto/dovuto attivare i propri servizi ispettivi ad hoc e verificare che effettivamente si trattasse di lavoro accessorio, non della mascheratura di altro tipo di rapporto. Dall’esorbitante ricorso ai voucher si è materialmente procurato un ammanco contributivo ed economico senza paragoni presso l’INPS e presso l’INAIL. Con l’intervento dell’INAIL per gli infortuni incorsi ai prestatori di lavoro accessorio, senz’altro c’è stata una perdita netta in capo all’istituto: non c’è corrispettività tra il premio INAIL versato per prestazioni di lavoro accessorio e indennizzo corrisposto dall’INAIL stesso al lavoratore in caso di suo infortunio! Questa perdita ricade sulla generalità dei cittadini e della collettività, manifestandosi in scarsità  di servizi, riduzione continua delle prestazioni assistenziali e pensionistiche, eliminazione di forme di protezione come l’eliminazione dell’indennità di mobilità dal 1° gennaio 2017, ed altre notevoli conseguenze negative.

Questo è il punto di vista di Cambia-Menti M-410: abrogazione parziale del lavoro accessorio con “salvataggio” di un suo uso buono e sano, nel rispetto di vincoli oggettivi invalicabili limitatamente ai cd. Mini Jobs, con rafforzamento delle attività ispettive istituzionali.

Segretario Regionale Roma e Lazio

Alessandro Scarpa

Author: Cambia-menti M410

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